Il profumo della Signora in Nero
regia di Francesco Barilli, Italia, 1977
Per gentile concessione dell'amico CONTENEBBIA :
Il direttore dei trucchi Euclide Santoli nell’illuminante “L’avventurosa storia del cinema italiano raccontata dai suoi protagonisti” di Fofi/Faldini dice una cosa molto divertente: “Nel film di terrore la fantasia del truccatore è importante, ma nei film di terrore la base era sempre un pittore che si chiama Bosch. Quando il regista era incerto, non sapeva, non riusciva a vedere quello che sarebbe potuto venir fuori, gli si chiedeva: “Lei consoce Bosch?” E lì si trovava tutto. Fateci caso: tutti i cinematografari sanno chi è Hyeronimus Bosch”…
Chissà se davvero tutti i “cinematografari” (termine bellissimo, tra il pionieristico ed il truffaldino) si dilettano con l’autore de Il Giardino delle Delizie: sul parmense Francesco Barilli metterei la mano sul fuoco. Nipote del musicologo Bruno Barilli, colto dandy prestato al cinema grazie a Bernardo Bertolucci (che lo volle come protagonista di Prima della rivoluzione), il Nostro esordì nella non facile arte del lungometraggio proprio con questo Il profumo della signora in nero.
Che all’epoca- anno di grazia 1974- venne accolto con annoiata sufficienza dai critici “togati”: come a dire: “E bravo il nostro Franceschino; hai voluto fare il discolaccio con ‘sta roba dell’orrore? Bene, adesso che ti sei sfogato, torna sulle righe sennò lo zio Bernardo ti fa ingoiare l’ultima annata de Le Cahier du Cinema…” Un po’ come successe a quel talentaccio di Giulio Questi quando esordì con Se sei vivo spara (1967) dopo anni d’onorata gavetta alla corte di Gassman e di Germi.
Visto oggi, col senno di poi, anche alla luce di una sempre più oggettiva catalogazione dei “generi” nella politica “alimentare” del nostro cinema, Il profumo della signora in nero cela più di un asso nella propria manica. Certo, l’opera prima di Barilli nasce sull’onda degli entusiasmi (e degli ottimi incassi) generati dalla moda “gotico-paranoica” tenuta a battesimo dal Roman Polanski di Rosemary’s baby. Dato irrefutabile: un esempio di cinema “bis” al pari- per restare in tema- di Una lucertola con la pelle di donna (1970), Tutti i colori del buio (1972) o, che so, Malabimba (1979) che però, a differenza degli altri, è girato da uno che sembra passato di lì per caso.
Ecco: Il profumo della signora in nero è senza dubbio diretto da un regista degno di questo nome: impossibile dire se da un “autore”, visto che Barilli ci ha donato solo due lungometraggi ed un cortometraggio su cui si preferirebbe glissare. A dimostrazione, comunque, del suo solido mestiere basterebbe prendere in considerazione l’accorta direzione degli attori (fra cui spicca un Mario Scaccia più ipertiroideo che mai a dar quel sentore di palcoscenico che in una produzione del genere non guasta mai) e soprattutto il sapiente uso delle locations, l’accorta scelta degli ambienti: non è da tutti trasformare il quartiere romano di Coppedè in un asfittico labirinto degli orrori: non tutti sanno illuminare i tendaggi di un salotto piccolo-borghese alla Gozzano per mostrarne le polveri sedimentate ed il putridume che si cela sotto alle sottocoppe di peltro e alla bottiglietta del rosolio…Barilli vi riesce con rara maestria, spogliando sempre di più gli interni nei quali si agita la “vittima designata” Mimsy Farmer, fino all’agghiacciante finale, a quell’osceno rito precipitato tra i chiaroscuri di uno scantinato già preludio di catacomba, eseguito in un gorgogliante silenzio e ripreso con il lucido distacco dell’esteta.