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domenica, giugno 03, 2007

La Banda Vallanzasca
regia di Mario Bianchi, Italia, 1977



Tratto da "Cinici, Infami, Violenti. Guida ai film polizieschi italiani anni '70" di Daniele Magni e SIlvio Giobbio, ed. Bloodbuster, 2005

<<Lo ammettiamo, il film di Mario Bianchi è di una sciatteria scandalosa, senza capo nè coda, girato con due lire e squinternato come pochi altri polizieschi. E, se vogliamo dirla tutta, è anche truffaldino nel titolo che richiama un celebre bandito della cronaca dell'epoca che nulla c'entra con quello che viene proposto sullo schermo.
Eppure non ce la sentiamo assolutamente di sconsigliarne la visione, per svariati motivi:
  1. l'apertura con i colloqui in carcere, una delle pagine più esilaranti del poliottesco italiano, in particolar modo il dialogo tra la madre anziana e il figlio ("te trovo sciupato, non te danno da magnà sti infamoni?"  "a mà, non hai capito un cazzo. Io ho bisogno di un avvocato... vai a fare marchette, fa qualunque cosa, ma procurami un avvocato se no te ammazzo!" "adesso mamma tua va a battere e te procura l'avocato, fijo mio").
  2. I due evasi in fuga che si rifugiano in una fabbrica di cessi, dove dall'altra parte della parete ci sono due che scopano. Uno dei banditi va a fare provviste e i due scopano ancora. L'altro schiaccia un sonnellino, e i due continuano a scopare. I banditi decidono di andarsene e i due stanno ancora scopando. Forse un pretesto per mostrare un po' di gnocca?
  3. la presenza di J&B letteralmente OVUNQUE. Anche nelle stanze più spoglie, in cui praticamente mancano pure le sedie, una bottiglia di J&B c'è sempre. Il tavolo degli sposi ad un matrimonio di mafia è zeepo di bottiglie di J&B. La casa dove viene tenuta una ragazza sequestrata è arredata solo con un tavolo, un letto, un paio di sedie e una bottiglia di J&B. Di fatto il J&B è il vero protagonista del film.
  4. I dialoghi (collabora FRAGASSO!) totalmente folli, da "questa pistola è più fedele di una mignotta innamorata" a "cosa è successo?" "le solite cose. Ho ammazzato due poliziotti e loro hanno ammazzato Italo. 2 a 1 per me" "sei un vincente" "zitta, facciamo l'amore, mi viene sempre voglia dopo".
  5. La sequenza dell'intervista nel corso di una gara automobilistica, che non c'entra assolutamente nulla, con abuso di filmati di repertorio. Della serie: non si butta via niente.
  6. Il finale ambientato in un villaggio western-ciociaro in disuso, con vecchie scritte semicancellate e un'aria da smobilitazione cinematografica che fa ancora venire un groppo in gola.
  7. La virata fantapolitica col commissario che sente il paese sempre più vicino all'Uruguay del 1973 (!?).
  8. la presenza di Franco Garofalo (il secondo sequestratore).
Per quelli che hanno amato titoli come Zombi Holocaust di Marino Girolami, Virus di Bruno Mattei o La bestia in calore di Luigi Batzella, consigliatissimo. Tutti gli altri astenersi.>>


Ovviamente noi ci riconosciamo in pieno nel profilo tracciato dagli Autori in chiusura della recensione
Il regista MARIO BIANCHI, comunque, dato il successo di pellicole come questa, negli anni a venire si dedichera' al porno (vedi filmografia su IMDB).

Per approfondimenti sul vero VALLANZASCA:
Infine una curiosità: se c'è qualche lettore di Roma e dintorni, il villaggio western di cui si parla è quello di Gordon Mitchell ?
postato da: antropophagus alle ore 14:54 | link | commenti (2)
categorie: recensioni, cinema, trash, poliziottesco, mario bianchi

Il profumo della Signora in Nero 
regia di Francesco Barilli, Italia, 1977



Per gentile concessione dell'amico CONTENEBBIA :


Il direttore dei trucchi Euclide Santoli nell’illuminante “L’avventurosa storia del cinema italiano raccontata dai suoi protagonisti” di Fofi/Faldini dice una cosa molto divertente: “Nel film di terrore la fantasia del truccatore è importante, ma nei film di terrore la base era sempre un pittore che si chiama Bosch. Quando il regista era incerto, non sapeva, non riusciva a vedere quello che sarebbe potuto venir fuori, gli si chiedeva: “Lei consoce Bosch?” E lì si trovava tutto. Fateci caso: tutti i cinematografari sanno chi è Hyeronimus Bosch”…
Chissà se davvero tutti i “cinematografari” (termine bellissimo, tra il pionieristico ed il truffaldino) si dilettano con l’autore de Il Giardino delle Delizie: sul parmense Francesco Barilli metterei la mano sul fuoco. Nipote del musicologo Bruno Barilli, colto dandy prestato al cinema grazie a Bernardo Bertolucci (che lo volle come protagonista di Prima della rivoluzione), il Nostro esordì nella non facile arte del lungometraggio proprio con questo Il profumo della signora in nero.
Che all’epoca- anno di grazia 1974- venne accolto con annoiata sufficienza dai critici “togati”: come a dire: “E bravo il nostro Franceschino; hai voluto fare il discolaccio con ‘sta roba dell’orrore? Bene, adesso che ti sei sfogato, torna sulle righe sennò lo zio Bernardo ti fa ingoiare l’ultima annata de Le Cahier du Cinema…” Un po’ come successe a quel talentaccio di Giulio Questi quando esordì con Se sei vivo spara (1967) dopo anni d’onorata gavetta alla corte di Gassman e di Germi.
Visto oggi, col senno di poi, anche alla luce di una sempre più oggettiva catalogazione dei “generi” nella politica “alimentare” del nostro cinema, Il profumo della signora in nero cela più di un asso nella propria manica. Certo, l’opera prima di Barilli nasce sull’onda degli entusiasmi (e degli ottimi incassi) generati dalla moda “gotico-paranoica” tenuta a battesimo dal Roman Polanski di Rosemary’s baby. Dato irrefutabile: un esempio di cinema “bis” al pari- per restare in tema- di Una lucertola con la pelle di donna (1970), Tutti i colori del buio (1972) o, che so, Malabimba (1979) che però, a differenza degli altri, è girato da uno che sembra passato di lì per caso.
Ecco: Il profumo della signora in nero è senza dubbio diretto da un regista degno di questo nome: impossibile dire se da un “autore”, visto che Barilli ci ha donato solo due lungometraggi ed un cortometraggio su cui si preferirebbe glissare. A dimostrazione, comunque, del suo solido mestiere basterebbe prendere in considerazione l’accorta direzione degli attori (fra cui spicca un Mario Scaccia più ipertiroideo che mai a dar quel sentore di palcoscenico che in una produzione del genere non guasta mai) e soprattutto il sapiente uso delle locations, l’accorta scelta degli ambienti: non è da tutti trasformare il quartiere romano di Coppedè in un asfittico labirinto degli orrori: non tutti sanno illuminare i tendaggi di un salotto piccolo-borghese alla Gozzano per mostrarne le polveri sedimentate ed il putridume che si cela sotto alle sottocoppe di peltro e alla bottiglietta del rosolio…Barilli vi riesce con rara maestria, spogliando sempre di più gli interni nei quali si agita la “vittima designata” Mimsy Farmer, fino all’agghiacciante finale, a quell’osceno rito precipitato tra i chiaroscuri di uno scantinato già preludio di catacomba, eseguito in un gorgogliante silenzio e ripreso con il lucido distacco dell’esteta.

postato da: antropophagus alle ore 14:21 | link | commenti (3)
categorie: recensioni, cinema, horror, francesco barilli