Coprocinefilia e riflessioni in ordine sparso sul Cinema di genere

Durante la sua carriera, Massaccesi ha utilizzato molti altri pseudonimi oltre a D'Amato, il più celebre, tra i quali vale la pena ricordare Drago Floyd, Peter Newton, David Hills, Alexander Borsky, Dario Donati o ancora Sarah Asproon; la lista è lunga quasi quanto i suoi film. Riguardo al suo pseudonimo più celebre, c'è da dire che venne creato ad hoc dal produttore Edmondo Amati,su imitazione della allora nuova generazione di registi italo-americani, Martin Scorsese su tutti, per il film per bambini Giubbe rosse 1975, ispirandosi, strano a dirsi, al nome del tipografo, tale Giovanni D'Amato, che aveva stampato il calendario presente nel suo ufficio. Come Aristide Massaccesi firmò un solo film: il thriller La Morte Sorrise All'Assassino (Sette Strani Cadaveri) 1972.
La sua carriera è un interminabile elenco di b-movie, soft core, horror, gore, cannibal movie, fantasy, porno realizzati dalla fine degli anni '60 fino alla prematura scomparsa. Dei soft core va ricordata la serie dedicata ad Emanuelle, per quanto non iniziata da lui, su imitazione della Emmanuelle francese, quì scritta con una sola 'm' in quanto l'altro nome marchio registrato con protagonista la bellissima attrice e modella indonesiana, che aveva avuto un piccolo ruolo in Emmanuelle 2: L'Antivergine 1974, Laura Gemser. Questi film, per quanto di scarsissimo livello artistico, sono in tutto il mondo assai più celebrati e conosciuti della serie originale.
Una vita nel cinema, senza dubbio uno dei più prolifici registi italiani, avendo diretto quasi 200 film. Dotato di ottima abilità tecnica e produttiva - era capace di girare in tempi molto stretti a costi decisamente bassi - e grande versatilità: una qualità che gli ha consentito di esplorare ogni tipo di film, ogni genere o sottogenere, inventando e reinventando filoni del cinema popolare.

“Da tempo pensavo ad una storia ambientata nella Germania. La prima idea era stata una versione cinematografica dei Buddenbrook di Thomas Mann, poi un’edizione moderna del Macbeth. Infine, per raccontare una vicenda che fosse testimonianza e documento di una realtà ancora attuale, una storia di violenza, sangue e bestiale volontà di potere, ho scelto il momento in cui in Germania nasce e si impone il nazismo”, ebbe a dire Luchino Visconti, come abbiam visto, l’apripista di questo sotto-filone del nostro vitalissimo cinema dei Seventies. Ma i “pince-nez” dell’esteta decadente fan vedere all’autore di Senso codesto disgregarsi di una nazione, come se si trattasse di una finis Austriae da “Mèlo” scaligero; Brass, invece, dopo aver sbeffeggiato le mille contraddizioni del Quotidiano (a differenza del grande Visconti che, da novello Des Esseintes, dopo l’esperienza di Rocco aveva cominciato a scollegarsi dall’Oggi), con Salon Kitty, affronta la Storia impugnando la mitragliatrice Dada: studiando le livide caricature di George Grosz e di Otto Dix, pensando ai cabaret post-espressionisti con le scenografie “da incubo” di Gaspar Neher, senza dimenticare Il gabinetto del dottor Caligari ed Il buon soldato Schweick…
La principale coordinata estetica di codesto capolavoro di messinscena è, insomma, l’Iperbole: le imponenti scenografie progettate da Ken Adam , soprattutto per quel che riguarda l’apparato nazista, hanno sempre qualcosa di sghembo, di distorto: la granitica, marmorea, possanza del Reich viene così ad assumere una impercettibile, pencolante, fragilità, subliminale ambasciatrice di una Apocalisse a venire…E se non bastasse ciò, a confermare la geniale iconoclastia che domina il progetto Salon Kitty, ecco venirci incontro la straordinaria sequenza nella “palestra d’ardimento”, con quell’orgia di pose plastiche e fanfare militari, scatenata, irresistibile, parodia della mitopoiesi ariana inscenata da Leni Riefenstahl nel suo Olimpia; ma la “regista del furher” (e con lei tutta la nomenclatura nazionalsocialista) viene ulteriormente irrisa in una della scene più “hard” del film, e cioè quando le immagini del suo Il trionfo della volontà (apologetico documentario sul congresso di Norimberga del 1934) vengono fatte scorrere sul corpo di una puttana per scopi lubrici da un gerarchetto infoiato per quanto impotente…
In una fascetta posta sulla copertina del suo Der Mithus il teorico nazista Alfred Rosenberg fece scrivere: “Il mito del Ventesimo Secolo è il mito del sangue, che sotto il segno della svastica scatena la rivoluzione mondiale della razza”: e come per tradurre col grandangolo del bozzettista crudele tali farneticazioni superomistiche Brass apre il suo j’accuse al potere “nazificato” con un fuoco di fila di immagini ripugnanti (cadaveri sviscerati, gore di macelli iniettate di sangue, interiora usate a mo’ di giocattolo…) che si conclude con una ancor più raccapricciante cena di “borghesacci” da “Nuova Oggettività”, pronti a salire sul carro del vincitore… Puro esempio, insomma, di “meta-storia”, al cui confronto, però, la stragrande maggioranza dei film “storici” fan la figura di diligenti e anoressici compitini eseguiti per gli esami di riparazione…
) un horror coi controcoglioni!





