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mercoledì, gennaio 24, 2007

In loving memory of

Joe D'Amato


Ieri cadeva l'anniversario della scomparsa, avvenuta nel 23 gennaio 1999, del grande cinesta ad un'opera del quale questo blog è intitolato.
I giornali titolarono <<morto il Re del porno>>, ma in realta' Aristide Massaccesi, come si chiamava realmente, e' stato molto di piu'. Un onesto artigiano innamorato del suo lavoro, che ha svolto quasi tutti i mestieri nel mondo del cinema, dall'elettricista fino al produttore, e che con la sua produzione ha  affrontato quasi tutti i generi, con cronica carenza di mezzi ma non di idee, e non solo il porno al quale si era dedicato come diceva lui <<per motivi alimentari>>.
Uno dei massimi rappresentanti dell'italica arte di arrangiarsi e del cinema di genere, per questo lo adoriamo e per noi e' un vero Maestro.

Segue breve biografia.

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

Joe D'Amato (Roma, 15 dicembre 1936 - 23 gennaio 1999), pseudonimo di Aristide Massaccesi, è stato un regista, sceneggiatore, attore, direttore della fotografia e produttore cinematografico italiano.

Durante la sua carriera, Massaccesi ha utilizzato molti altri pseudonimi oltre a D'Amato, il più celebre, tra i quali vale la pena ricordare Drago Floyd, Peter Newton, David Hills, Alexander Borsky, Dario Donati o ancora Sarah Asproon; la lista è lunga quasi quanto i suoi film. Riguardo al suo pseudonimo più celebre, c'è da dire che venne creato ad hoc dal produttore Edmondo Amati,su imitazione della allora nuova generazione di registi italo-americani, Martin Scorsese su tutti, per il film per bambini Giubbe rosse 1975, ispirandosi, strano a dirsi, al nome del tipografo, tale Giovanni D'Amato, che aveva stampato il calendario presente nel suo ufficio. Come Aristide Massaccesi firmò un solo film: il thriller La Morte Sorrise All'Assassino (Sette Strani Cadaveri) 1972.

La sua carriera è un interminabile elenco di b-movie, soft core, horror, gore, cannibal movie, fantasy, porno realizzati dalla fine degli anni '60 fino alla prematura scomparsa. Dei soft core va ricordata la serie dedicata ad Emanuelle, per quanto non iniziata da lui, su imitazione della Emmanuelle francese, quì scritta con una sola 'm' in quanto l'altro nome marchio registrato con protagonista la bellissima attrice e modella indonesiana, che aveva avuto un piccolo ruolo in Emmanuelle 2: L'Antivergine 1974, Laura Gemser. Questi film, per quanto di scarsissimo livello artistico, sono in tutto il mondo assai più celebrati e conosciuti della serie originale.

Una vita nel cinema, senza dubbio uno dei più prolifici registi italiani, avendo diretto quasi 200 film. Dotato di ottima abilità tecnica e produttiva - era capace di girare in tempi molto stretti a costi decisamente bassi - e grande versatilità: una qualità che gli ha consentito di esplorare ogni tipo di film, ogni genere o sottogenere, inventando e reinventando filoni del cinema popolare.


Cliccate sulla voce "joe damato" presente nella colonna di destra per leggere alcune recensioni di suoi film .

Per chi volesse approfondire la conoscenza dell'Autore:
postato da: antropophagus alle ore 20:54 | link | commenti (7)
categorie: cinema, eventi, trash, biografie, joe damato
venerdì, gennaio 19, 2007

Torna il naziporno (d'autore) !
Per gentile concessione di
CONTENEBBIA

Salon Kitty
(Tinto Brass, Italia, 1976)




In principio ci fu La caduta degli dei (1969), sublime delirio viscontiano, sorta di Macbeth mitteleuropeo, sempre in bilico tra Wagner e Sem Benelli; giunse poi Il portiere di notte (1974), doloroso kammerspiel con Freud e Kraft-Ebing come Numi Tutelari. Ma ecco che nel 1975, l’anno successivo (prima dell’ottusa, perniciosissima, armata dei “porno-nazi”), giunsero le due opere che definitivamente avrebbero posto la pietra tombale su codesta tendenza autoriale di sposare Sesso e Metafora all’ombra di fasci littori e croci uncinate: ci si riferisce, ovviamente, a Salò o le 120 giornate di Sodoma di Pier Paolo Pasolini, punto di non ritorno che annichilisce, e Salon Kitty di Tinto Brass.

Da tempo pensavo ad una storia ambientata nella Germania. La prima idea era stata una versione cinematografica dei Buddenbrook di Thomas Mann, poi un’edizione moderna del Macbeth. Infine, per raccontare una vicenda che fosse testimonianza e documento di una realtà ancora attuale, una storia di violenza, sangue e bestiale volontà di potere, ho scelto il momento in cui in Germania nasce  e si impone il nazismo”, ebbe a dire Luchino Visconti, come abbiam visto, l’apripista di questo sotto-filone del nostro vitalissimo cinema dei Seventies. Ma i “pince-nez” dell’esteta decadente fan vedere all’autore di Senso codesto disgregarsi di una nazione, come se si trattasse di una finis Austriae da “Mèlo” scaligero; Brass, invece, dopo aver sbeffeggiato le mille contraddizioni del Quotidiano (a differenza del grande Visconti che, da novello Des Esseintes, dopo l’esperienza di Rocco aveva cominciato a scollegarsi dall’Oggi), con Salon Kitty,  affronta la Storia impugnando la mitragliatrice Dada: studiando le livide caricature di George Grosz e di Otto Dix, pensando ai cabaret post-espressionisti con le scenografie “da incubo” di Gaspar Neher, senza dimenticare Il gabinetto del dottor Caligari ed Il buon soldato Schweick

La principale coordinata estetica di codesto capolavoro di messinscena è, insomma, l’Iperbole: le imponenti scenografie progettate da Ken Adam , soprattutto per quel che riguarda l’apparato nazista, hanno sempre qualcosa di sghembo, di distorto: la granitica, marmorea, possanza del Reich viene così ad assumere una impercettibile, pencolante, fragilità, subliminale ambasciatrice di una Apocalisse a venire…E se non bastasse ciò, a confermare la geniale iconoclastia che domina il progetto Salon Kitty, ecco venirci incontro la straordinaria sequenza nella “palestra d’ardimento”, con quell’orgia di pose plastiche e fanfare militari, scatenata, irresistibile, parodia della mitopoiesi ariana inscenata da Leni Riefenstahl nel suo Olimpia; ma la “regista del furher” (e con lei tutta la nomenclatura nazionalsocialista) viene ulteriormente irrisa in una della scene più “hard” del film, e cioè quando le immagini del suo Il trionfo della volontà (apologetico documentario sul congresso di Norimberga del 1934) vengono fatte scorrere sul corpo di una puttana per scopi lubrici da un gerarchetto infoiato per quanto impotente…

In una fascetta posta sulla copertina del suo Der Mithus il teorico nazista Alfred Rosenberg fece scrivere: “Il mito del Ventesimo Secolo è il mito del sangue, che sotto il segno della svastica scatena la rivoluzione mondiale della razza”: e come per tradurre col grandangolo del bozzettista crudele  tali farneticazioni superomistiche Brass apre il suo j’accuse al potere “nazificato” con un fuoco di fila di immagini ripugnanti (cadaveri sviscerati, gore di macelli iniettate di sangue, interiora usate a mo’ di giocattolo…) che si conclude con una ancor più raccapricciante cena di “borghesacci” da “Nuova Oggettività”, pronti a salire sul carro del vincitore… Puro esempio, insomma, di “meta-storia”, al cui confronto, però, la stragrande maggioranza dei film “storici” fan la figura di diligenti e anoressici compitini eseguiti per gli esami di riparazione…

 
postato da: antropophagus alle ore 21:33 | link | commenti (4)
categorie: cinema, trash, tinto brass, naziporno
domenica, gennaio 14, 2007

In attesa dell'improbabile recensione sui film di Natale (quasi quasi la lasciamo così, senza parole, tanto che c'è da dire su questi film ? ) un horror coi controcoglioni!

Paura nella città dei morti viventi

regia di Lucio Fulci, Italia, 1980



Fortemente ispirata da una recensione del Dizionario dei film Stracult di Marco Giusti, ed. Frassinelli, 2004.

Il prologo e' decisamente oltraggioso nei confronti della religione. Infatti un prete (che NON e' interpretato da Luciano Rossi come riporta il Giusti, bensi' da FABRIZIO JOVINE) compie peccato mortale impiccandosi, spalancando cosi' le porte dell'Inferno. E gia' qui vediamo uno dei temi ricorrenti di Fulci, sin dai tempi di "Non si sevizia un Paperino",  l'anticlericalismo che gli ha causato tanti guai.


Nel frattempo una medium (CATRIONA MACCOLL, da questo film in poi musa di Fulci), sente la presenza di una citta' dei morti e per lo shock sembra tanto morta che la sotterrano. In una scena di grande tensione viene salvata dal protagonista (lei, in un inquadratura claustrofobica da dentro la bara, si vede il piccone abbattersi a pochi centimetri dal volto)



ed insieme partono per Dunwich, dove i morti dovrebbero risorgere nella notte di Halloween.
Li' incontrano uno psichiatra, CARLO DE MEJO, e una sua paziente, JANET AGREN, ma anche una serie di zombi scatenati agli ordini del prete zombizzato di cui all'inizio. La battaglia inizia con grande spargimento di cervelli, organi interni, sangue ovunque e vermi, vomito, bambini morti. Fulci ci mostra di tutto guadagnadosi cosi' la imperitura fama mondiale di Godfather of Gore.
Al futuro regista MICHELE SOAVI cavano il cervello dalla testa con una manata sul cuoio cappelluto, e identica sorte tocchera' piu' avanti a JANET AGREN.
DANIELA DORIA (altra vittima sacrificale preferita di Fulci: dalla pugnalata che le sfonda il cranio in "Quella villa accanto al cimitero" allo squartamento integrale dalla gola al pube in "Lo squartatore di New York") vomita, nella realtà, PAJATA di pecora ancora calda.



GIOVANNI LOMBRADO RADICE, che interpreta lo scemo del villaggio ingiustamente accusato delle morti di cui sopra, finisce col cranio trapanato.



La povera ANTONELLA INTERLENGHI (figlia del piu' famoso Franco, e' anche la ragazzina peperina di "Vacanze di Natale" dei Vanzina) e' costretta a farsi percorrere il viso dai vermi.
Il caratterista western LUCIANO ROSSI  finisce stradefunto con una croce di legno infiammata nel corpo.
"Un'altra scena raccapricciante", ricordava Janet Agren, citata nel Dizionario dei film Stracult, "fu quella del pavimento che crolla per i vermi.  In piu' questi vermi, col vento prodotto da un grosso ventilatore, dovevano finirmi in faccia". Che s'ha da fa' pe' lavora' nel cinema


Rientra tra i film del periodo aureo di Fulci (1979-1982), frutto del sodalizio con l'ottimo cast tecnico e col prodottore FABRIZIO DE ANGELIS (il quale a sua volta, passato dietro la mdp, sotto lo pseudonimo Larry Ludman ci regalera' Il ragazzo dal kimono d'oro con KIM ROSSI STUART) e rappresenta la conferma dopo il successo mondiale di "Zombi2".

Secondo il Giusti (op. cit.) Fulci <<frulla tutto, da POE a LOVECRAFT a ROMERO ma con qualche mezzo e una certa classe. Per Fulci, che lo amava molto, era un film "molto ARTAUDIANO, meno assoluto del L'ALDILA' , ma completamente libero, nella crudelta' dei fatti e delle intenzioni. Girato a Savannah, in Georgia, sempre con quel vento che spazza tutto, il vento della morte" (Segno Cinema).>> e ancora:  <<certo Fulci esagera con vermi e topi che escono dai teschi, ma il suo e' anche uno stile assolutamente personale >>
(Giusti, passim).

Per questo anche noi lo amiamo,
ed e' il nostro preferito tra gli horror del Maestro, d'accordo con la figlia ANTONELLA FULCI.

postato da: antropophagus alle ore 20:16 | link | commenti (7)
categorie: recensioni, cinema, trash, horror, pajata, lucio fulci